Dodici domande frequenti
1. Il Comitato è contro l'istituto del referendum ?
No, non lo è. Anzi annovera tra i propri soci persone che hanno fatte parte della quarantina dei promotori in Cassazione dei referendum, poi approvati, per la responsabilità civile dei magistrati e per quello che portò alla rivoluzione dei collegi uninominali.
Solo che quello attuale, al di là delle intenzioni dei suoi proponenti e delle favolette che raccontano, può avere conseguenze fortemente negative per la convivenza democratica.
2. E' giusto sostenere che il referendum elettorale serve a correggere il peggior difetto della attuale legge "porcata"?
No, non lo è. Il peggior difetto della legge elettorale vigente è indiscutibilmente l'aver tolto ai cittadini la scelta del candidato da eleggere. Il referendum non modifica affatto questa situazione.
E neppure introduce una possibilità di governo, che già esiste. Le ultime politiche sono state seguite da un forte governo (coalizione di centro destra), senza introdurre gli eccessi antidemocratici e illiberali innescati dal referendum.
3. Cosa succederebbe se il referendum elettorale venisse approvato ?
Se il referendum fosse approvato, alla proclamazione del risultato entrerebbe subito in vigore il nuovo testo di legge che assegna il 55% dei seggi al partito più votato, anche con pochissimi voti.
A parte l'inganno disinvoltamente diffuso dal Segretario del PD (dice che la domanda del referendum abroga la legge attuale, nonostante sappia benissimo che resta del tutto in vigore il suo impianto principale), i promotori raccontano due favolette incredibili.
Una è che gli effetti negativi del nuovo testo spingerebbero il parlamento a correggere l'intero del sistema elettorale attraverso una nuova legge.
Ma se il parlamento avesse avuto questa volontà, avrebbe già legiferato nei ventiquattro mesi e due diverse composizioni di eletti trascorsi dopo la raccolta firme di presentazione.
Per di più il Popolo della Libertà non rinuncerebbe volontariamente al grande regalo che gli vien fatto attribuendogli il 55% dei seggi (lo ha già confermato il Capogruppo Cicchitto il 30 aprile).
L'altra favoletta è che il premio di maggioranza spingerebbe i partiti ad accordarsi per una sola lista in comune
Se fosse così, allora perché il referendum abroga il premio alla coalizione ? Inoltre è una pia illusione che sia così. Se partiti differenti facessero una lista sola per farla arrivare prima, sarebbe un accordo strumentale e si ridividerebbero subito dopo il voto vanificando l'effetto del premio di maggioranza ad un partito. Se poi, come è in realtà, un partito da solo ha il doppio dei voti degli altri, il coalizzarsi per arrivare primo diviene superfluo e dargli un forte premio di maggioranza pericoloso.
4. Perché scandalizzarsi per il premio di maggioranza dato dal referendum elettorale se già oggi la legge prevede un premio di maggioranza ?
Perché meccanismi elettorali diversi portano a esiti opposti nella convivenza democratica.
Quello vigente premia le coalizioni collegate su una dichiarata proposta politico programmatica e così spinge i partiti che vogliono godere del premio di maggioranza, a convergere su una coalizione con medesima proposta di governo presentata per legge.
Si innesca un meccanismo per rendere le coalizioni più ampie possibili attorno allo stesso programma in modo da poter vincere. Così i voti ottenuti dalla perdente delle due principali coalizioni saranno statisticamente attorno al 45% e il premio di maggioranza per quella vincente risulterà abbastanza inferiore al 10%.
Qui il premio di maggioranza è solo un criterio tecnico per consentire la governabilità subito dopo le elezioni ma non stravolge la rappresentanza nelle Camere ( tanto che i governi possono poi trovarsi in difficoltà).
Viceversa questo referendum elettorale attribuisce il premio di maggioranza al primo partito da solo, per cui in pratica ad esso sarà sufficiente ottenere intorno al 30% dei voti per riscuotere il premio di quasi il 25% e avere il 55% dei seggi. Insomma, dagli anni '50 in poi la vecchia DC avrebbe sempre ottenuto il premio di maggioranza e governato sempre da sola.
E questo avrebbe stravolto la rappresentanza nelle Camere. Chissà come avrebbero strillato quelli del PCI, viste le furiose reazioni che ebbero quando nel 1953 De Gasperi fece passare un premio di maggioranza del 5% per le coalizioni che avessero ottenuto il 50%+1 dei voti ( un premio che non avrebbe stravolto la rappresentanza). E' stupefacente che una simile banalità non sia capita dagli illustri studiosi di scienza politica che sono tra i promotori del referendum elettorale e che allegramente mettono a rischio la democrazia ripercorrendo le orme mussoliniane.
5. Il referendum elettorale è contro i piccoli partiti e il pluralismo ?
Di fatto sì. I promotori affermano di no, ma questa dichiarazione o è solo un modo di dire oppure prova la incapacità di cogliere la sostanza del sistema elettorale derivato dal referendum.
Con un premio di maggioranza così spropositato e senza condizioni, il confronto si sposterebbe dal dibattito politico pluralistico al problema di essere il partito numericamente più forte. E se qualche singola organizzazione parte più forte quanto a voti (la sola cosa che conta, a partire dalle amicizie e clientele), il sistema favorirà la conservazione di una maggioranza di seggi molto robusta, poiché rende ininfluenti gli altri movimenti politico partecipativi, inclusi i relativi dibattiti, e senza effetti concreti qualsiasi altra confluenza tra diversi. In pratica, il sistema elettorale corrisponde ad una logica lontana dalla realtà, esclusivamente dominata dal potere. La convivenza non si intende tra molte identità individuali che si confrontano e si alleano per realizzare istituzionalmente alcuni punti ispirati alla libertà di ogni singolo cittadino; la convivenza è concepita come affare tra due gruppi socio-politico-culturali stabili, ai quali soli è riservata la gara per il potere a vantaggio dell'uno o dell'altro.
In questa concezione, il pluralismo dei cittadini verrebbe messo nell'angolo. ridotto al massimo ad un lusso da intellettuali, senza considerazione effettiva. I promotori del referendum puntano ad obbligare gli elettori a votare per un tutto precotto e non per i rispettivi rappresentanti.
6. Oggi, nel 2009, il paese ha bisogno di un referendum elettorale oppure di riprendere l'abitudine a dibattere i problemi veri e le proposte concrete di soluzione ?
Oggi le condizioni del paese sono assai diverse da quelle della fine anni '80 e prima metà anni '90. Allora, nel paese cresceva una presa di coscienza dei cambiamenti necessari che si allargava a macchia d'olio e che i gruppi dirigenti e dei partiti, di governo e di opposizione, tendevano a sottovalutare se non a contrastare.
Nel 2009, il paese è messo a dura prova da una crisi mondiale, vorrebbe poter risalire la china, ma non sa come fare, anche perché da quindici anni non esistono più il dibattito politico culturale e il confronto sulle rispettive proposte programmatiche.
I promotori del referendum elettorale paiono non rendersene conto.
Continuano a puntare sul criterio dell'ingegneria costituzionale (oltretutto inseguendo progetti controproducenti nel merito) e della mistica del dividersi tra buoni e cattivi, quando invece sarebbe necessario riscoprire le idee, la discussione, il lavoro politico, il progettare soluzioni concrete dei problemi reali del cittadino. Insomma, la politica come maturazione civile.
7. L'approvazione del referendum elettorale e il grosso premio di maggioranza potrebbero favorire il disegno di quanti vogliono avere meno legami per cambiare la costituzione?
Sì, senza dubbio. Infatti se il primo partito prende il 55% dei seggi da solo, diviene abbastanza facile raccogliere l'altro 11,66%. In pratica , alla Camera il primo partito prenderebbe 340 deputati più, come minimo , altri 3 dei dodici della circoscrizione Estero; sarebbe agevole trovarne altri 77 per raggiungere la soglia di 420 deputati, raggiunta la quale la nuova norma costituzionale non potrebbe più essere sottoposta a referendum ( art. 138 della Costituzione) ed entrerebbe subito in vigore.
8. Un buon afflusso di votanti per il referendum elettorale del 21 giugno anche se insufficiente per il quorum (tipo il 40%), riproporrebbe con forza il tema della riforma elettorale ?
E' un'altra favoletta incredibile dei promotori. Sia perché, come detto nella risposta 6, non è possibile continuare ad anteporre a tutti i problemi del paese quello della riforma elettorale. Sia perché, è ormai chiaro che tra i dichiarati sostenitori del referendum ci sono i berlusconiani e il Popolo della Libertà, i quali non intendono affatto cambiare la nuova legge elettorale che uscirebbe dall'eventuale successo del referendum elettorale (vedi risposta 3).
Dunque questo eventuale successo sarebbe per lungo tempo una pietra tombale su modifiche positive per restituire lo scettro al pluralismo dei cittadini."
9. La forte contrarietà del Comitato Batti il Referendum Elettorale implica che il Comitato era a favore dell'idea di risparmiare facendo tenere il referendum il 6-7 giugno e non il 21 giugno?
Il comitato è nato molte settimane dopo il sorgere della polemica, quando l'accorpamento era già stato negato.
Molti dei suoi fondatori avevano sottolineato l'opportunità di risparmiare con l'accorpamento ma non per questo ammettevano il trascurare tra i costi quelli molto concreti delle conseguenze negative dell'approvazione del referendum elettorale.
Il Comitato sostiene che, dal punto di vista civile, in ogni caso era ed è indispensabile mobilitarsi a viso aperto contro l'attacco al pluralismo rappresentato, anche al di là delle intenzioni, dal referendum elettorale. Può essere valutato il come batterlo, con la scheda o senza scheda. Ma, quando si adotta il sistema del senza scheda, occorre essere consapevoli che questa scelta non ha niente a che fare con le incertezze e con le indifferenze dell'astensionismo. Se il sondaggio su questo sito confermerà il sistema di lottare senza scheda, sarà perché si vuol cogliere la possibilità data dalla Costituzione. Nei referendum, non depositare la scheda nell'urna pesa più di un NO se contribuisce a non far raggiungere il quorum del 50%+1 degli elettori. Il che, trattandosi di referendum per abrogare una legge, rientra nella logica di una Repubblica fondata sulla centralità del Parlamento.
Tale legge la ha fatta il Parlamento e solo la maggioranza reale dei cittadini deve mostrarsi disposta ad abrogarla votando al referendum, in un modo o nell'altro. Se questa maggioranza non c'è, la legge si intende confermata. L'attuale legge è un obbrobrio, ma il risultato dell'approvazione del referendum elettorale sarebbe ancor peggio.
10. Vi è la certezza che tutti i componenti del comitato promotore del Referendum Elettorale siano ancora favorevoli alla sua approvazione ?
No, la certezza non c'è. Non c'è perché la situazione politica è del tutto mutata , rispetto a quando il referendum elettorale venne lanciato nei primi mesi 2007. Allora, diversi avvertivano l'esigenza di un governo stabile scelto dagli italiani. E anche se in quello stesso periodo quasi tutti gli attuali membri di questo nostro Comitato ricordavano che comunque questa esigenza non bastava a giustificare un esagerato premio per legge al primo partito, era comprensibile che molti pensassero indispensabile una nuova legge per abrogare il porcellum. Oggi si è constatato che una maggioranza parlamentare la assicura anche il porcellum, con tutti i suoi difetti. Il referendum elettorale non abrogherebbe il porcellum, peggiorerebbe solo i suoi difetti e per di più conserverebbe per molti anni ancora la maggioranza al Popolo della Libertà. Dunque non è impossibile che i promotori si dividano. Potrebbero restare solo quelli che, magari senza dirlo, vogliono l'abnorme premio di maggioranza per sostenere la prospettiva di un bipartitismo chiuso su due partiti che si contendono ogni tanto il potere; quelli per cui il pluralismo è un danno per il paese da mettere in soffitta. Gli altri è possibile cambino posizione e dicano che oggi il referendum elettorale non deve essere approvato.
11. Nel Comitato Batti il Referendum pare prevalere l'idea di adottare lo strumento di non ricorrere alla scheda nei seggi; tale strumento si può equiparare all'astensione ?
Per i referendum abrogativi l'art. 75 della Costituzione prevede che la proposta di abrogazione deve raccogliere la partecipazione alle urne di almeno il 50%+1 degli elettori, qualunque ne sia il voto, Quindi, a differenza delle elezioni politiche, amministrative od europee, chi non partecipa alle urne esprime un vero e proprio voto, quello negativo alla proposta, a condizione che contribuisca a non raggiungere il quorum costituzionale. In pratica non ricorrere alla scheda è un modo di votare NO che , ad una certa condizione, può essere anche più efficace. Insomma, nei referendum abrogativi, il non ricorrere alla scheda nei seggi non è equiparabile ad una astensione.
12. Cosa succederebbe se il referendum raggiungesse il quorum e prevalessero i NO ?
Succederebbe che il referendum sarebbe valido e che la maggioranza degli italiani esprimerebbe la scelta di non cambiare la legge porcata. Ciò darebbe alla legge porcata una legittimazione popolare che rafforzerebbe il voto da essa già avuto in parlamento. Solo facendo fallire il referendum per mancato raggiungimento del quorum, è possibile evitare di peggiorare la legge e al tempo stesso di legittimarla di più.

